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Film/teatro

THE DEPARTED - Il Principe e il Povero secondo Scorsese

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Recensione a cura di Mauro Giovanni Diluca (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

 

 

"...Come accade di frequente nelle storie o favole tradizionali (“Il Principe e il Povero”, “Giovanni di Ferro”, l’avventurosa vita in incognito del biblico Mosè bambino), il vero Re non siede sul trono, ma è colui il quale esprime i valori morali più apprezzabili e può conquistare solo con le sue forze il riconoscimento che gli spetta. [...] Tale orizzonte archetipico rischia molto, al giorno d’oggi, di rovinare nel banale: lo vediamo spiattellato e confuso in tutte le salse dall’entertainment commerciale, vuoi per vendere l’immagine superpotente del Texas Ranger di turno, vuoi per drammatica ignoranza pedagogica..."  

 

 

 

 

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In anteprima alla Festa del Cinema di Roma, dove ha ottenuto notevoli apprezzamenti, il nuovo film di Martin Scorsese torna a parlare di mafia, violenza e individualismo al grande pubblico (basti pensare al cast) come modelli e scenari di vita. Ma non solo. Il leitmotiv di “The Departed” si trova nel delicato rapporto tra destino e libero arbitrio, visto in chiave pessimista e forse pure complottista. I protagonisti sono due neo poliziotti, coetanei e con ottimi risultati in addestramento, a cui si “invertono i ruoli” a causa delle credenziali. E’ l’amaro fato a prospettare al rabbioso ma sincero Billy Costigan (Leonardo Di Caprio, in ottima forma), figlio di boss, un possibile ingresso in polizia solo dalla porta sul retro, e in incognito.

Sarà costretto a scegliere fra la sudata opportunità di farsi una vita e una professione onesta, infiltrandosi per conto della polizia nella gang più pericolosa della mafia locale, quella di Frank Costello (Jack Nicholson, non sempre all’altezza della nomea), o girare i tacchi in direzione della strada, tra le aggressive e piuttosto ironiche minacce dei graduati (per le buone interpretazioni di Mark Wahlberg e Martin Sheen). L’albero genealogico parla chiaro: i tuoi sono stati in galera, sei cresciuto fra criminali, non puoi mica approdare, con gli ottimi voti dell’accademia di polizia che hai avuto, dritto negli uffici della criminale di Boston. Sei sacrificabile, devi guadagnarti la fiducia dei tuoi superiori rischiando la pelle.

Dal portone invece, con passo apparentemente sicuro e viso poco sofferto, ecco l’altro brillante e insospettabile studente Colin Sullivan (Matt Demon sembra azzeccato nella parte del “fantoccio”, a prima vista senza scrupoli, ma in realtà con problemi di impotenza e un po’ “bambascione”, resta da scoprire se c’è o ci fa), allevato sin da bambino da Costello in persona, in funzione della stessa missione “proposta” a Costigan, ma di senso opposto, cioè andare a fare la talpa in polizia. Protetto ma non amato, Colin Sullivan è stato oggetto di cure e attenzioni solo perché considerato investimento personale, al pari di un maiale all’ingrasso o un campo di cavolfiori.

In mezzo alle spie c’è la psicologa del dipartimento (una credibile Vera Farmiga) che, mentre se la fa con il neopromosso Sullivan, riesce per la prima volta a entrare in empatia con uno dei suoi pazienti in cerca di Valium, più che di conforto analitico, lo stressato Costigan. Degna di nota la professionalità con cui lo spedisce da un collega, prima di accoglierlo nello stesso letto dell’”usurpatore”.


Tutto il film si sviluppa attorno a questi personaggi, le loro ambivalenze e fragilità, le intuizioni, la freddezza, il pensiero e i sentimenti. Scorsese cattura lo spettatore nel riuscito gioco delle parti fra  due giovani poliziotti che cercano di identificarsi e incastrarsi l’un l’altro, in un buon crescendo di emozioni e spettacolarità.

Come accade di frequente nelle storie o favole tradizionali (“Il Principe e il Povero”, “Giovanni di Ferro”, l’avventurosa vita in incognito del biblico Mosè bambino), il vero Re non siede sul trono, ma è colui il quale esprime i valori morali più apprezzabili e può conquistare solo con le sue forze il riconoscimento che gli spetta.

Il maggiore ostacolo nell’uscita allo scoperto del vero protagonista positivo, fatti i conti con le colpe dei padri, è spesso proprio il suo opposto, l’usurpatore, simile per provenienza, ma cresciuto nell’agio materiale e incapace di forza, giustizia, amore. Tale orizzonte archetipico rischia molto, al giorno d’oggi, di rovinare nel banale: lo vediamo spiattellato e confuso in tutte le salse dall’entertainment commerciale, vuoi per vendere l’immagine superpotente del Texas Ranger di turno, vuoi per drammatica ignoranza pedagogica. La differenza tra il film di Scorsese (e De Palma, Coppola, Peckinpah, Jarmush, Kitano, eccetera) e tanti altri mediocri che hanno trattato l’argomento, è la stessa riscontrabile facendosi raccontare una versione abbastanza autentica e crudele di una simile parabola da uno zingaro, invece di leggerne una, edulcorata e compiaciuta, su un libercolo buonista.

  

Se nella prima parte del film si fatica a capire cosa possa esprimere davvero di nuovo Scorsese, al di là del parlare di mafia irlandese al posto che italiana, dalla metà in poi, e pure ripensandoci dopo la proiezione, ci si accorge che il film snocciola diversi spunti di riflessione, oltre che presentarsi tecnicamente gradevole, soprattutto grazie al ritmo, la tensione, e a buona parte del cast.

Per esempio, il non calcare troppo la mano sull’antipatia verso il personaggio negativo di Demon, non è solo un’apprezzabile tecnica di pulizia narrativa. Tale scelta richiama altresì l’impossibilità di giudizio del regista sulle malefatte, gli inganni, i sotterfugi più turpi, compiuti da un individuo che probabilmente non ha mai avuto gli strumenti, da bambino così come da uomo, per crescere al di fuori del modello e dell’ala protettrice, e castrante, dello “Zio Cattivo”. Dall’altra parte, il poliziotto “buono”, interpretato da Leo Di Caprio, si trova da adulto a compiere l’ennesima scelta di campo soffrendo più degli altri, faticando il doppio (tanto per restare in ambito popolare-pedagogico, come il genitore immigrato che dice al figlio che, per essere davvero bravo, non essendo indigeno, dovrà essere due volte più in gamba dei suoi pari). Ancora, la fragilità dell’autonomia sia affettiva che intellettuale del personaggio della Fermiga, è forse uno dei punti più interessanti del film, peccato che abbia poco spazio. L’apparente sicurezza di una donna in un ruolo che, forse per deformazione professionale, si chiama fuori dal dolore altrui, nasconde solitudine e un esplicito bisogno di paternità.

Tutto ciò salva il film da un facile, ennesimo remake della storia di mafia americana. Per non parlare del finale, si invita lo spettatore a scoprire da sé il lato più amaro dell’affresco del regista italo-americano. Il segreto sta tutto nel titolo, preso alla lettera.

 

Scheda tecnica 

Nazione: USA

Distribuzione: Medusa

Durata: 149'

Data uscita in Italia: 27 ottobre 2006

Regia: Martin Scorsese

Sceneggiatura: William Monahan

Fotografia: Michael Ballhaus

Musiche: Howard Leslie Shore

Montaggio: Thelma Schoonmaker

Cast: Jack Nicholson, Leonardo Di Caprio, Martin Sheen, Matt Damon