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Film/teatro

GUIDA PER RICONOSCERE I TUOI SANTI (spesso non sono fra le mura di casa)

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Queens, New York City, anni ’80. La vita dei giovani dei sobborghi americani nella sua brutalità e drammatica assenza di futuro: tutto già visto, ma raramente con tale compattezza e sincerità. Un film autobiografico che mette a nudo senza retorica la vera storia del regista Dito Montiel, alla sua opera prima. Ma effettivamente anche una guida, amara ma utile, per non morire soffocato nei meandri dell’affettività e distinguersi dal branco.

 

In principio “Guida per riconoscere i tuoi santi”, film fortemente voluto dal suo attore protagonista, Robert Downey jr., e coprodotto da Sting, promette male. Mentre si gettano le basi della storia e si delineano protagonisti e scenario, lo stile è convulso e confuso, con frenetici movimenti di camera, continue sovrapposizioni dei dialoghi degli (stressati) personaggi, e così via. Lentamente però la pellicola, grazie sia all’ottimo lavoro degli attori che alla fotografia e alla sceneggiatura, capace di frenare per poi svelarsi a poco a poco coinvolgendo lo spettatore nella narrazione, riesce a stupire e anche a far pensare.

Il soggetto è una storia vera sulla gabbia sociale e affettiva che può affliggere l’individuo, rappresentata sì dal quartiere grigio e degradato “ai margini dell’impero”, ma soprattutto da un contesto famigliare tanto mosso da buone intenzioni quanto castrante verso qualsivoglia spinta creativa e individuale. L’epicentro della parabola è il rapporto fra il giovane protagonista Dito e suo padre: una relazione da manuale per drammatica incapacità di ascolto e insana dipendenza affettiva. “Io esisto solo con te accanto, altrimenti muoio, perché scorgo il vuoto celato e senza fine che ho dentro me.” Troppo amore e protezione nascondono un fragile equilibrio interiore della figura paterna, cosa che non manca di rispecchiarsi (e di essere poi consapevolmente respinta) nel figlio.

L’occasione di Dito per mollare tutto e tutti arriva con un nuovo compagno di scuola (interpretato da Martin Compston, noto al pubblico per l’interpretazione nel film di Ken Loach “Sweet Sixteen”), deciso a non farsi sopraffare dalla legge della giungla dei Queens, dal degrado sociale e dalla violenza tra gruppi di giovani in continuo scontro. Il ragazzo mostra a Dito che è possibile unire la scaltrezza della vita di strada all’amore, ai sogni e perfino alla poesia. Cambiare si può, insomma, ma è necessario rompere le catene più resistenti, cioè quelle che legano alla casa, all’infanzia, al gruppo di amici tanto compatto quanto conformista e autodistruttivo. Di qui il film  racconta essenzialmente l’evolversi del doloroso tentativo di Dito di riappropriarsi della propria esistenza. A fianco del personaggio interpretato da Compston ce ne sono altri che sembrano mostrare qualche fiammella di lucidità e presenza di spirito. La sua ragazza, per esempio. E soprattutto, quando Dito dopo quindici anni tornerà a casa per sostenere la madre durante la malattia del padre, lo stesso Antonio, il vecchio e violento leader del “branco” di amici, osannato in casa Montiel e coperto di botte nella propria, che sembra cambiato molto dopo gli anni di prigione (che sta scontando per un omicidio commesso per “difendere” proprio Dito da un aggressione).

In definitiva, siamo di fronte a un film toccante, ma pure apprezzabilmente composto e asciutto nonostante la catastrofica dose di drammaticità che contiene la vicenda personale di Montiel. Come un Loach meno melodrammatico e più concentrato, un Lee senza razze e politica, o uno Scorsese senza mafia né mitologie, la “Guida per riconoscere i tuoi santi” è una storia appassionante e formativa che, in diversa misura, è storia di tanti.