spiazzaLa prevenzione delle dipendenze nei luoghi di lavoro come problema sociale.

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 Una volta qualcuno mi ha detto che le storie inserite una dentro l' altra sono un comune espediente ipnotico, un metodo per indurre lo stato di trance. Per fare un esempio ovvio, se ci viene raccontato che Sheherazade ha raccontato una storia inventata, siamo tentati di credere che almeno lei è reale.

G. Bateson, Dove gli angeli esitano, Adelphi 1989 introduzione

   

 

 

Le pagine che seguono sono il frutto del lavoro di valutazione che ha accompagnato il processo progettuale, attraverso un costante interazione tra le azioni pratiche realizzate nei diversi contesti ed i diversi livelli di riflessione sulle azioni stesse. Queste pagine sono un po’ come il racconto di racconti che si sono sviluppati nei diversi livelli e che a loro volta sono stati raccontati nei luoghi di realizzazione del progetto. Forse proprio la parola “luogo” è stata una delle parole chiave del progetto; il progetto “Prevenzione della dipendenza sui luoghi di lavoro” ha favorito la creazione di luoghi. Luoghi in cui i soggetti locali ( operatori del settore tossicodipendenza, rappresentanti sindacali, rappresentanti degli imprenditori e del tessuto produttivo locale, lavoratori di settori diversi) potessero rimettere in comunicazione diverse parti del sistema. Luoghi di discussione e confronto in cui, innanzitutto, fermarsi a capire quanto stava accadendo ed i cambiamenti del mondo e dei fenomeni. Luoghi come spazi neutri, come contenitori in cui poter finalmente esprimere anche i lati più oscuri delle proprie percezioni. Luoghi come spazi relazionali, come contesti in cui creare legami o ridare significato a legami già esistenti ma logorati da conflitti mai affrontati. Luoghi in cui sperimentare, in cui ascoltare, in cui far emergere potenzialità e conflittualità latenti verso uno svelamento costruttivo. Di fatto i luoghi sono stati costruiti, in ogni singolo contesto locale, in base ai confini che di volta in volta i soggetti potevano definire e ridefinire; le relazioni che si sono create all’interno hanno permesso di sviluppare legami, legami sani che hanno permesso di trasformare le relazioni in opportunità per sviluppare pensieri nuovi, per crescere. Forse si sono creati legami forti basati su processi deboli, su processi precari costantemente rivisitati. Luoghi aperti in cui era possibile scegliere; questa opzione di fondo, compiuta dallo staff di progetto, ci sembra sia stata vincente. Si è sviluppato un progetto aperto che ha permesso a ciascun attore di mettere in gioco competenze ed aspirazioni, in cui ciascun territorio ha sviluppato quello che era percepito come appropriato a livello di relazioni e di mediazioni possibili. Ma cosa ha permesso questo sviluppo? Cosa ha consentito la creazione di processi partecipativi e relazionali forse inaspettati? Crediamo sia stato il modello di lavoro adottato, modello che cercheremo di ricomprendere in queste pagine. Il lavoro si è centrato principalmente sui processi, tentando di lasciare sullo sfondo le azioni ed i risultati concreti ed immediati, andandoli poi a riprendere nella fase finale e collocandoli in una dimensione complessiva che trovava significato nei diversi contesti e nelle peculiarità relazionali di ogni territorio. In questo senso la metodologia di lavoro è stata coerente con i presupposti e con l’oggetto stesso del lavoro. Ma sappiamo che i processi vanno accompagnati; accompagnati con azioni di riflessione e rilettura costante, vanno accolti e seguiti con il carico di significati emotivi oltre che cognitivi che si sviluppano. E non a caso nel lavoro di valutazione più volte è emerso il tema dello spiazzamento emotivo e cognitivo, da cui anche il titolo di questo lavoro. Spiazzamento di tutti i soggetti, a cascata dal livello locale territoriale a quello centrale di regia del progetto stesso. Una specie di caleidoscopio e di scatole cinesi, insieme. Riflessioni e pensieri nati dal lavoro di accompagnamento, da parte dei valutatori centrali, verso coloro che, in veste di referenti locali, accompagnavano gli interlocutori territoriali, che a loro volta accompagnavano i soggetti locali a riflettere……. Forse un processo che può essere percepito come ridondante, si pensi solo ai livelli di accompagnamento a cascata e ritorno, appena accennati, a processi di presenza dal centrale al locale e viceversa, ai livelli di coinvolgimento dei soggetti locali per rappresentanza presenti nei livelli centrali e così via. Ma, sappiamo, che la ridondanza può essere un elemento interno di “controllo”e che un certo livello di ridondanza delle informazioni produce nuove informazioni e può diventare strumento di apprendimento. Nel corso del processo ci si è più volti persi e ritrovati, si è pensato di aver individuato la strada per poi brancolare nel buio, ci si è addentrati in più livelli e sono stati indagati più significati e più dimensioni. Molte strade, molti percorsi e molte storie ricorrenti. Forse non è l’unico, ma questo progetto si è concesso il lusso, o perlomeno tale è percepito molto spesso nella attuale situazione sociale, di provare, di sbagliare e di leggere con onestà gli sbagli. Un lusso ed un coraggio che sono però l’unica condizione per poter apprendere realmente e queste pagine vogliono essere un tentativo di restituzione delle riflessioni e degli apprendimenti.

Giorgio Sordelli

Responsabile valutazione CNCA

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