occhio_cicloneTerza ricerca sui conflitti dimenticati curata da Caritas Italiana, in collaborazione con il settimanale "Famiglia Cristiana" e il quindicinale "Il Regno". Analizza in particolare il legame tra conflittualità armata organizzata e degrado ambientale, tra povertà e cambiamenti climatici.

Come si caratterizzano le nuove situazioni di guerra nel mondo? Che cosa sono le emergenze umanitarie complesse? Stanno per sorgere dei nuovi conflitti ambientali? In che modo i cambiamenti climatici influiranno sull'insorgere di nuove situazioni di conflitto? Qual è il grado di conoscenza collettiva su tali fenomeni? L'intervento internazionale è adeguato alla crescente complessità dei conflitti e dei disastri ambientali?
La terza ricerca sui conflitti dimenticati promossa da Caritas Italiana, Famiglia Cristiana e Il Regno, tenta di fornire delle risposte a tali interrogativi. Il volume rappresenta la terza tappa di un percorso di studio sui conflitti dimenticati, avviato dalla Caritas Italiana nel 2002 (precedenti pubblicazioni: "I Conflitti dimenticati", Feltrinelli, 2003; "Guerre alla finestra", Il Mulino, 2005).

La ricerca ha riguardato diversi aspetti:
a) i costi economici delle guerre e dei disastri ambientali;
b) la presenza e le modalità con cui tali eventi sono rappresentati dai mass media (radio e televisioni italiane, periodici internazionali e portali di news online);
c) il grado di conoscenza e di consapevolezza degli italiani su tali situazioni (a tale scopo è stato realizzato un sondaggio demoscopico sulla popolazione italiana);
d) la terza parte dello studio si sofferma sulle dimensioni propositive e tenta di delineare alcuni possibili "percorsi di uscita", con particolare attenzione alla dimensione ecclesiale e alle modalità di intervento umanitario che tengono conto della crescente complessità delle crisi internazionali.

Il nuovo testo, caratterizzato anche da un ricco corredo di grafici e tabelle, didascalie e note, si suddivide in tre parti:
- La prima è di carattere compilativo e accosta una presentazione dei nuovi fenomeni di povertà nel mondo ai concetti di vulnerabilità e di tutela, con ad un approfondimento specifico sul tema dei conflitti ambientali. Vengono presentate informazioni e statistiche aggiornate sulle guerre, i disastri ambientali e le emergenze umanitarie complesse.
- La seconda parte è dedicata ad una indagine qualiquantitativa di tre anni e mezzo sui media italiani, europei e internazionali rispetto agli "esteri", al linguaggio e all'approccio verso i temi della povertà internazionale, della giustizia sociale, della salvaguardia del creato. Si presentano i risultati di una specifica ricerca sul campo, in riferimento a cinque casi-studio: guerre nel Sudan, Colombia e Pakistan (esempi di emergenze complesse e dimenticate); Tsunami e uragano Katrina (in quanto disastri molto noti, oggetto di ampia attenzione da parte dei media internazionali).
- La terza parte è dedicata all'analisi dei nodi che affliggono i soccorritori, il cosiddetto mondo dell'umanitario, per trasformarsi poi in proposta, in racconto di esperienze e in orientamenti conclusivi.

Meno guerre, più conflitti - Nel corso degli ultimi dieci anni il numero di guerre è andato gradualmente calando, sia pure in modo non uniforme. I dati parlano di 24 conflitti attivi all'inizio del 2008, tra cui solamente cinque guerre con più di 1000 morti per anno, il numero più basso dalla fine della Guerra fredda.
I conflitti armati combattuti tra Stati sono assai pochi: per l'ultimo ventennio si parla di quattrocinque conflitti internazionali "classici", mentre la vera novità risiede nell'aumento delle guerre interne ai singoli Stati, nel crescente numero di perdite civili per cause di guerra e soprattutto nell'aumento dei gruppi armati non statali, protagonisti emergenti dei moderni conflitti. La povertà rende i paesi più vulnerabili, sia alle calamità naturali che ai conflitti bellici. Nel decennio 1990/2000, 17 dei 33 paesi più poveri del mondo hanno subito guerre civili. Secondo le statistiche più attendibili, si stima la presenza di circa 300 gruppi armati attivi (guerriglie, milizie ed entità paramilitari), con scopi politici o ideologici riconosciuti.

L'uccisione deliberata di civili: dal 1994 al 2004, le cifre ci parlano di 573.000 vittime civili registrate, di cui circa 528.000 provocate da forze governative dello stesso paese di appartenenza. I dati evidenziano un aumento di oltre il 500% delle vittime imputabili a "terrorismo" fra il 1998 (2.346) e il 2006 (12.065). Il picco in termini di vittime si sarebbe registrato negli anni successivi all'11 settembre: dal 2004 al 2006 si è passati da 4.911 a 20.840 morti (con un aumento del 400%). A partire dal 2006, un certo calo di consensi verso i network del terrore, soprattutto quelli che si coalizzano attorno a Osama bin Laden, ha determinato una diminuzione nel numero delle vittime.

I disastri naturali e tecnologici - Se le guerre sono in diminuzione, le catastrofi naturali tendono invece a farsi più frequenti. Dagli anni '60 ad oggi, il numero delle vittime dei disastri naturali è aumentato in media del 900%, analogamente a quello degli eventi catastrofici. La concausa principale di quest'aumento va ricercata nelle peggiorate condizioni di vita della metà più povera della popolazione mondiale: crescita demografica incontrollata, inurbamento forzoso, abbandono delle campagne, carenza di infrastrutture e di servizi pubblici, cattiva qualità delle costruzioni, pessima gestione del territorio, degrado sociale, nonché il sovrapporsi di disastri ambientali e guerre, rendono la vita di tanta gente molto più vulnerabile. Nel corso del 2007, si sono verificati 950 disastri naturali, in tutto il mondo. Si tratta del numero più elevato di disastri mai registrato; tali eventi hanno causato danni per 70 miliardi di dollari, il doppio delle cifre del 2006, ma molto meno che nel 2005, quando gravi uragani causarono perdite per circa 220 miliardi di dollari. L'Asia è il continente maggiormente colpito, con più del 40% di tutti i disastri registrati, mentre le regioni delle Americhe, dell'Europa e dell'Africa hanno avuto ciascuna danni per meno del 20% del totale. Tali catastrofi colpiscono i paesi ricchi e quelli poveri in modo diseguale: quanto più il paese è ricco, tanto maggiori sono le perdite economiche; d'altro canto, quanto più il paese è povero, maggiore è la perdita in termini di vite umane. Quanto ai disastri tecnologici o industriali, concentrati nelle aree urbane, questi si sono moltiplicati in modo esponenziale dal 1975 ad oggi: da circa 20 disastri registrati in quell'anno siamo passati a quasi 350 nel 2005.

Italiani e conflitti: cala la nebbia, aumenta l'oblio -  La ricerca ha anche previsto un sondaggio sulla popolazione italiana, da cui si apprende che il 20% degli italiani non è in grado di indicare alcun conflitto armato del pianeta risalente agli ultimi cinque anni. Vengono rimosse guerre come quella dell'Iraq, dell'Afghanistan, della Palestina/Israele. Rispetto alla stessa rilevazione effettuata nel 2004, la percentuale di oblio aumenta di ben tre punti. Le nuove generazioni sono quelle meno informate: il 30% dei giovani non ricorda alcuna guerra. E questo nonostante l'utilizzo di Internet per informarsi sui conflitti sia passato, negli ultimi quattro anni, dal 6 al 16%. Sul versante ambientale, il 33% degli italiani ricorda lo Tsunami di fine 2004, ma appena 23 italiani su 100 indicano tra i disastri il terremoto in Cina (maggio 2008), che ha provocato una vera e propria ecatombe.

I conflitti ambientali -  Uno degli elementi che emergono dalla ricerca risiede nella complessità delle attuali situazioni di conflitto ed emergenza umanitaria. Le tendenze ci parlano di una vulnerabilità che coinvolge in modo sempre più diffuso, non più limitata al "campo di battaglia": guerriglie e terrorismo internazionale portano la guerra nel cuore dei nuclei urbani, negli spazi domestici, mentre persistono sacche di violenza nelle periferie del mondo, nelle zone rurali, determinando spostamenti di grandi masse di profughi, rifugiati e sfollati interni. In questo modo, la linea tra combattenti e civili sfuma, e spesso le fasce più socialmente vulnerabili della popolazione diventano anche quelle più colpite dalla violenza, se non un'arma della violenza stessa.
Uno degli indicatori della complessità risiede nel crescente numero di situazioni in cui si combinano disastri naturali, violenza e guerra. Tali situazioni, in un prossimo futuro, potrebbero mettere a repentaglio la stabilità di molte aree del mondo, fungendo anche da innesco per nuovi. (Fonte: www.nonprofitonline.it)

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Altri materiali disponibili sul sito dedicato www.conflittidimenticati.it

 

 

 

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