Riappropriarsi dell'idea di impresa sociale

Scelgo un'altra via. Quella di non essere rivendicativo  ne richiedente, ma proporre, per chi ne avesse voglia, di lavorare con le  proprie idee o con una idea di impresa sociale capace soprattutto di integrare e non separare; cercando di riappropriarsi del desiderio di costruire insieme qualcosa per gli altri.

Un gruppo di lavoro, che lavora per gli altri,  dovrebbe continuare sempre ad essere attore e regista del proprio agire. Che senso avrebbe scegliere un ruolo a discapito dell'altro?

Qualcuno adesso mi parla di isole felici.

Quegli ambienti di lavoro all'interno della quale gli educatori stanno bene, il loro senso di gratificazione sia professionale che economico è pressochè soddisfatto. Le èquipe multidisciplinari hanno un senso e significato, la supervisione c'è e non è fasulla e superficiale.

L'organizzazione funziona perchè è molto scrupolosa e tutto è curato nei minimi particolari. Io non ci credo che esiste tutto questo. Anche la più affermata delle realtà secondo me stenta a fare una cosa semplice e vitale. L'organizzazione nel sociale, ed i gruppi di lavoro che la compongono, hanno smesso da tempo di guardarsi, trovando inutile e superfluo lavorare su un esperienza basata  sull'interazione con il mondo della persona con disagio a favore spesso di una progettualità che de-finisce ma che non crea di fatto benessere.

La peculiarità dei gruppi di lavoro nella loro disomogeneità, tende inevitabilmente sempre a coincidere  con l'azione del distrarsi dal processo di costruzione, realizzazione e verifica degli obiettivi primari, ma al  contempo invece il gruppo   riesce  comunque a conservarsi e a non morire.

A me sembra evidente che non vi è più  ne attenzione ne un  rigore etico-professionale nell'agire dei gruppi di lavoro 

Un unico paradosso, tra i tanti narrabili,  partendo da elementi  concreti. 

Esistono ormai  già da molto tempo  agenzie formative che parlano, pur con riferimenti teorici propri, con linguaggi sempre più evoluti e specifici, attenti ad applicare tecniche d'intervento in conformità con un sociale in continua  trasformazione. Queste agenzie, non come le università appiattite culturalmente e generiche,  giustamente costano, costano molto. Senza entrare nel merito, mi domando, perchè  esiste  questa gigantesca e costosa formazione in pieno contrasto  con una realtà di mercato che chiede  solo presenza, appartenenza, e obbedienza organizzativa (turni puntualità programmazione decennale di ferie e permessi) e nulla di più?

 Non voglio esprimere giudizi, ma sembra evidente un fatto, che la professione dell'aiuto abbia due tipi di connotazione: una rappresentata dal  pensiero, dalla teoria e dalle possibili applicazioni  volte ad aiutare, l'altra dall'agire quotidiano lavorativo del gruppo  che paradossalmente non utilizza l'elemento formativo, anzi spesso e volentieri lo rende subalterno alla realtà organizzativa, mascherandolo come necessario alla conoscenza di utenze specifiche. Tralasciando, per non arrabbiarsi, le situazioni di chi, pur di riscuotere, si improvvisa formatore senza averne titolarità ne tanto meno la qualità

Solo questo dato, secondo me,  è sufficiente per rendersi conto di come l'utilità sociale, rivendicata dalla nostra categoria perda inevitabilmente valore specifico, e quindi di utilità perchè assorbita da un utilità piu grande e astratta rappresentata dalla necessità, vera e riconosciuta da tutti: la sopravvivenza del gruppo.

Considerando o ipotizzando questo processo come inevitabile come è possibile continuare a colludere con questa idea di professionalità o di impresa sociale. Su questo tema propongo, all 'interno di questo spazio, un confronto su delle azioni-riflessioni che  diano senso ai nostri desideri e costruiscano un diverso modo di essere identità professionale.

Stracciare i contratti non per istigazione alla ribellione ma per riproporsi con la disponibilità a contrattare le proprie competenze dandosi, e non aspettando che gli altri te lo riconoscano, un prezzo a cio che stiamo offrendo.

Riprendersi un idea di impresa sociale che non sia naturalmente antagonista alla realtà a cui si va offrire la propria collaborazione, ma che non sia mai paga di farla valere o di metterla a confronto all'interno del gruppo, anteponendo l'omologazione con il diritto di diversità delle proprie qualità professionali.

Allontanarsi dall'idea che sia un lavoro la cui unica motivazione sia lo stipendio, la vostra precarietà e l'esigenza vitale vi spinge a tenere in vita realtà che  non meritano di sopravvivere alle  vostre spalle ne sulla pelle degli utenti. Rendersi conto che un omogeneità di pensiero possa realmente cambiare il mercato, e come ricaduta ad avere metodologie sempre meno burocratizzate e più vicine al compito e all'obiettivo primario,

Liberarsi dal senso di colpa e cominciare a dialogare con l'organizzazione in termini complementari. Fare presente che la precarietà delle condizioni di lavoro non sono un danno per l'operatore ma per il lavoro  in senso generale.

Riprendersi il diritto decisionale integrato con altre figure professionali 

 Ricostruirsi, non una mappa idealista o di  ideali , ma una minima scala valoriale  che sia di rinforzo e complementare alle vostre competenze.

Denunciare o rendere visibili le contraddizioni e le perversioni che rilevate all'interno del vostro ambiente di lavoro,  senza farsi convincere che questo sia inevitabile e nella nature delle cose.

Mario Narciso 

 

 

   

      

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