SUL POTERE
Iran 1980. Chiuso in una camera d’albergo a Teherān, Ryszard Kapuściński,[1] all’epoca inviato dell’agenzia di stampa polacca, cerca di spiegarsi cosa abbia provocato il crollo – all’apparenza repentino – del regime dispotico dell’ultimo monarca persiano e cosa abbia assicurato, proprio in quel momento, il successo del movimento rivoluzionario sciita. Sul suo tavolo ci sono un pugno di fotografie, gli appunti degli ultimi mesi e la trascrizione di una serie di conversazioni svoltesi nei due anni precedenti. Si tratta di provare a rimettere al loro posto le schegge di un discorso sul potere e sulle sue alterne vicende. Ovviamente andando al di là delle interpretazioni ufficiali e dei comunicati stampa di regime o dei proclami rivoluzionari. Ovviamente senza accontentarsi di ricostruire la muta catena degli eventi.
Shāh in Shāh[2] (1982), un testo uscito in Italia proprio in questi giorni, nasce così. Dall’accanimento di un autore che ha dalla sua gli strumenti dello storico e del narratore, l’intuito e l’ostinazione del buon ‘cronista’, fiuto e spericolatezza da detective professionale. Il risultato è un’agile, luminosa lezione di storia: per ricostruire la caduta dell’ultimo monarca persiano, Reżā Pahlavi, e l’ascesa dell’ayatollah Khomeini, Kapuściński non può esimersi, infatti, da una riflessione più ampia e complessa sulle dinamiche della storia e sui mutamenti fluidi e ‘arbitrari’ che sembrano contraddistinguerla.
Per l’autore i fatti rischiano di precipitare nel vuoto, di perdersi nell’indecifrabilità o nell’indifferenziazione, se chi li racconta, occupato a rincorrere la notizia del giorno, non sa scoprirne e comunicarne il senso. E il senso – legato com’è alla capacità di chi ne scrive di riconoscere nessi, somiglianze, ripetizioni – non si dà nell’assoluto presente del singolo evento. Esso va rinvenuto a poco a poco in una catena temporale e spaziale, che coinvolge il passato e l’altrove (ciò che è successo prima; non necessariamente in un solo luogo; non unicamente ai personaggi che oggi occupano la ribalta), e il futuro (il mondo delle previsioni, dei progetti, delle speranze, dei sogni).
Storico e giornalista, giornalista perché storico, Kapuściński sa bene che il passaggio di informazione avviene solo se chi scrive sa ricordare, collegare, prevedere, e tuttavia lasciarsi sorprendere e ‘modestamente’ tradurre il proprio stupore in racconto. E se il suo interrogare la realtà si accompagna a una riflessione costante sul ‘come’ narrarla, tenendo conto del baratro geografico e culturale, che spesso separa ciò di cui egli/ella scrive dai lettori ai quali la sua scrittura è destinata.
In Iran, paese di cui non conosce la lingua, il polacco Kapuściński sa di essere inchiodato alla propria alterità, condannato a una sorta di spaesamento. Ma proprio la non appartenenza, quel senso di disorientamento e insieme di libertà che si produce in noi quando ci spingiamo molto lontano dal ‘nostro’ mondo, possono – se uniti a una schietta passione per gli altri e per le loro storie – trasformarsi in un formidabile strumento di lavoro. Solo lo sguardo dell’osservatore ‘distante’ può infatti appoggiarsi sulle cose con l’acuta obliquità che è necessaria a vedere senza perdere di vista se stessi.
“È il potere”, riflette ad esempio Kapuściński, “a provocare la rivoluzione”. E, aprendo una delle sue tipiche parentesi riflessive cariche di verità e di humour, prosegue: “Inconsciamente, beninteso…. La scelta del momento in cui ciò accade è il più grande enigma della Storia. Perché quel giorno e non un altro? Perché è un certo avvenimento e non un altro a far precipitare le cose? Dopotutto, in passato il governo si è reso responsabile di abusi ben più gravi senza provocare la minima reazione. ‘Che cosa ho fatto?’, si chiede il sovrano, sgomento. ‘Che cosa gli è preso tutt’a un tratto?’ Che cosa ha fatto? Ha abusato della pazienza della gente. Ma dove sta il limite di questa pazienza? Come definirlo? Se anche si tentasse di dare una risposta, essa varierebbe a seconda dei casi. La sola cosa certa è che i sovrani che conoscono l’esistenza di tale limite e lo sanno rispettare possono sperare di conservare a lungo il potere. Ma i sovrani di questo tipo non sono molti”.
E subito dopo, coniugando il buon senso con un imbattibile spirito d’osservazione, ecco la soluzione del mistero, o almeno di questo specifico mistero: “Come ha fatto lo scià a violare tale limite e a condannarsi con le proprie mani? Attraverso un articolo di giornale. Il potere dovrebbe sapere che una negligenza verbale può far crollare il più grande degli imperi. Sembra averne coscienza, sembra vigilante, eppure a un certo punto il suo istinto di conservazione lo tradisce e, fidandosi di se stesso e sopravvalutando le proprie forze, finisce male per aver peccato d’arroganza. L’8 gennaio 1978 il giornale di regime Etelat pubblica un articolo che attacca Khomeini. All’epoca, Khomeini stava facendo guerra allo scià dall’estero, dove viveva in esilio. Perseguitato dal despota, espulso dal paese, Khomeini era l’idolo e la coscienza del popolo. Distruggere il suo mito significava distruggere qualcosa di sacro, mandare in frantumi le speranze degli umiliati e degli offesi. Tali erano precisamente le intenzioni di quell’articolo.
Cosa bisogna scrivere per screditare un avversario? La cosa migliore è dimostrare che non è uno dei nostri – che è uno straniero. A tale fine si crea la categoria della vera famiglia. Noi, voi e io, le autorità e la nazione, siamo una vera famiglia. Noi viviamo uniti, tra i nostri. Abbiamo lo stesso tetto sulla testa, ci sediamo alla stessa tavola, sappiamo intenderci, darci una mano tra di noi. Purtroppo, non siamo soli. Tutt’intorno a noi vivono orde di sconosciuti, di immigrati, di stranieri che vogliono turbare la nostra pace e installarsi in casa nostra. Che cos’è uno straniero? Innanzitutto è un individuo peggiore di noi – e, al contempo, è un individuo pericoloso. Se si accontentasse di essere peggiore e si limitasse a questo! Nient’affatto! Sconvolgerà le acque, fomenterà i disordini, distruggerà. Lo straniero è in agguato. È la causa delle vostre disgrazie. E da dove gli viene il suo potere? Dal fatto che dietro di sé ha forze strane (straniere). Tali forze possono essere identificate o meno; ma una cosa è certa: sono potenti. O meglio sono potenti se le prendiamo sotto gamba. Se, invece, non smettiamo di essere vigilanti e continuiamo a lottare, avremo la meglio. Guardate Khomeini. Ecco uno straniero. Suo nonno veniva dall’India, dunque chiediamoci: quali interessi serve questo nipote di straniero?”[3]
L’autore è partito da una constatazione di ordine generale, paradossale e sensata: “è il potere a provocare la rivoluzione”. Vale per l’Iran del 1979, come è valso per la Francia del 1789 o per la Russia del 1917. È una legge storica universale. Solo che va ogni volta dimostrata. E lo storico (o quello storico del presente che dovrebbe essere il giornalista) che voglia riuscire a farlo deve saper individuare il microavvenimento che consuma una volta per tutte la pazienza di un popolo, facendo capovolgere il vaso della storia. Sono l’attenzione ai dettagli, alle minuzie apparentemente insignificanti del quotidiano a fare la differenza: Kapuściński arriva a individuare nell’articolo di Etelat l’elemento scatenante della rivoluzione, perché per mesi ha prestato molta attenzione agli umori degli uomini e delle donne della strada e non si è mai affidato alle voci del palazzo. Lo individua, perché se lo aspetta. E se lo aspetta perché, se da un lato conosce bene i giochi tutto sommato ripetitivi del potere, dall’altro è strutturalmente dalla parte di chi ad esso con ogni mezzo è pronto ad opporsi non appena gliene si presenti l’indiscutibile occasione.
“Una nazione schernita da un despota”, commenta infatti, facendo anticipatamente luce sui fondamentalismi a venire e invitandoci a guardare al di là delle apparenze, “umiliata, ridotta al rango di oggetto, cerca un rifugio, un luogo dove riuscire a rintanarsi, murarsi, essere se stessa…. Ma una nazione intera non può migrare, essa dunque intraprende una migrazione nel tempo invece che nello spazio. Di fronte alle afflizioni che la opprimono e alle minacce del reale, fa ritorno a un passato che le sembra un paradiso perduto. Ritrova la sicurezza in costumi così vecchi, e di conseguenza così sacri, che il potere non osa combatterli. Ecco come si spiega, sotto tutte le dittature, la progressiva rinascita di usanze e costumi antichi, di simboli secolari – contro la volontà della dittatura, in opposizione ad essa…. Più che di desiderio di rianimare l’universo dimenticato degli avi, si potrebbe parlare di ripicca politica”.[4]
[1] Dello scrittore e giornalista polacco, noto in tutto il mondo per i suoi formidabili ‘reportage’ dal cosiddetto Sud del mondo, sono disponibili nella nostra lingua:
- Il Negus. Splendori e miserie di un autocrate, Feltrinelli, Milano 1983
(ripubblicato nel 1991da Serra e Riva con il titolo L’Imperatore)
- La prima guerra del football e altre guerre di poveri, Serra e Riva, Milano 1990
- Imperium, Feltrinelli, 1994
- Lapidarium, Feltrinelli, 1997
- Ebano, Feltrinelli, 2000
[2] In attesa dell’edizione italiana, che sarà pubblicata da Feltrinelli nella traduzione di Vera Verdiani, le citazioni che compaiono nel testo sono tratte dall’edizione francese [Le Shah ou la démesure du pouvoir, Flammarion, Parigi 1986, pagine 172]
[3] Le Shah, cit., p. 120
[4] Ibid., pp. 127-8
vagabondo della Storia di Andrea Nicastro, tratto da “Corriere della Sera”, 24 gennaio 2007
Prima fotografia: Bagdad 2003, tavolo all'Hotel Palestine, poco dopo
l'abbattimento della statua di Saddam Hussein. Gli inviati di tutti i
giornali e di tutte le televisioni del mondo raccontano quel che
possono della loro giornata di lavoro. Molti esagerano.
La maggioranza gonfia il petto. Essere così vicini alla Storia dà la vertigine anche ai più pacati. Poi qualcuno se ne esce con una domanda fuori tema: “Cosa avrebbe fatto Ryszard Kapuscinski in un'occasione del genere?”. Il gruppo tace. I tromboni abbassano la testa. E una ragazza polacca che per l'intera serata era stata zitta in apparente adorazione dei colleghi più scafati risponde: “Non sarebbe qui in albergo con noi. Lui sarebbe dall'altra parte, in qualche casa di iracheni, in qualche locanda malfamata”. Seconda fotografia: Milano 2000, Libreria Feltrinelli, presentazione del libro Ebano. La sala è zeppa. Kapuscinski è già un autore di bestseller. È il monumento di se stesso. La gente si accalca per vedere come è fatto l'uomo che ha saputo ammaliarli, condurli per mano in realtà lontane. Un ventenne ottiene il privilegio di una domanda: “Come si fa a diventare reporter di guerra?”. È quello che tutti vorrebbero sapere, come si fa a diventare Kapuscinski? Così colti? Così sensibili? Così profondi com'è Kapuscinski? Il grande vecchio non sfugge. Raccoglie le forze, si bagna le labbra e spiega qualcosa che qualche anno dopo avrebbe scritto nel suo Autoritratto di un reporter: “Il viaggio a scopo di reportage esclude qualsiasi curiosità turistica, esige un duro lavoro e una solida preparazione teorica, per esempio la conoscenza del terreno su cui ci si muove. È un modo di viaggiare senza un momento di relax, in continua concentrazione e raccoglimento. Dobbiamo essere consapevoli che il luogo nel quale siamo giunti ci viene concesso una sola volta nella vita, che probabilmente non ci torneremo mai più e che abbiamo solo un'ora per conoscerlo. In un'ora dobbiamo registrare l'atmosfera e la situazione, vedere ricordare, sentire più cose possibili. Il viaggio a scopo di reportage esige un surplus emotivo e molta passione. Anzi la passione è l'unico motivo valido per compierlo. È per questo che così poche persone praticano reportage su scala mondiale. Di tutti i reporter che viaggiavano per il mondo negli Anni Sessanta ci sono rimasto solo io. Gli altri sono diventati stanziali”. Giornalista, viaggiatore, quasi antropologo, storico di fatto, esperto d'arte, scrittore, autore di successo mondiale. Aveva 74 anni. Era un uomo bassino, tenace, sodo, praticamente pelato. Non Indiana Jones. Eppure aveva “coperto” rivoluzioni, guerre, colpi di Stato. Ventisette in 30 anni di attività. Al successo era arrivato per caso, ma, a sentir lui, seguendo il filo che era scritto nel suo destino. Appena nato a Pinsk, un paesino che allora era Polonia e oggi è Bielorussia, il 4 marzo 1932, la famiglia fu costretta a scappare prima da Hitler e poi da Stalin. Si laureò in storia dell'arte a Varsavia e cominciò a girare il mondo per giornali polacchi senza fondi. Fu la sua fortuna. Evitò il circo dei media concentrati sulle notizie minuto per minuto e restò “sul posto “ a sue spese anche quando i riflettori si erano spenti. Così riuscì a capire, a sentire quello che alla cronaca troppo veloce sfugge. I libri furono il ricettacolo naturale della vita che non riusciva a diventare articolo di giornale. L'umanità, la compassione per le tragedie cui aveva assistito diventavano pagina, letteratura.
“Più si conosce il mondo, più ci rendiamo conto della sua inconoscibilità e sconfinatezza: non tanto in senso spaziale, ma nel senso di una ricchezza culturale troppo vasta per poter essere conosciuta” diceva Kapuscinski.
Lo chiamavano “Il Bruce Chatwin dell'Est “, il “re o il principe dei reportage”. Di sicuro era il più grande giornalista-scrittore dei nostri tempi. Un vagabondo della Storia che si sviluppa sotto i nostri occhi. I suoi occhi.
L'Africa è stato il primo amore. Eppure Ebano “non parla dell'Africa, ma di alcune persone che vi abitano e che vi ho incontrato, dei giorni che abbiamo trascorso insieme. L'Africa è troppo grande per poterla descrivere. È un continente-pianta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l'Africa non esiste”. Modesto per metodo, ma per annusare che cos'è oggi il continente nero senza andarci, bisogna leggere il suo Ebano.
I libri più celebri sono ormai dei classici per chi vuole orientarsi nell'età contemporanea. Nel 1983 la rivista “Newsweek” definì il suo Negus, splendori e miserie di un autocrate “uno dei migliori dieci libri dell'anno”. Era la consacrazione per il giornalista che si ostinava a scrivere in polacco. Nel 1994 con Imperium, un saggio-reportage sul dissolvimento dell'impero sovietico, si impose sul mercato mondiale dei bestseller. Nel 1997 uscì Lapidarium, intarsio di esperienze. Poi Ebano, nel 1998, sui suoi decenni di viaggi in Africa durante i quali si era ammalato di tubercolosi e si era fatto curare da africano in ambulatori locali sempre per capire, per entrare meglio nel luogo di cui voleva parlare. Ormai gli editori lo rincorrevano chiedendogli saggi ispirati ai suoi viaggi, sicuri di vendere. Nel 2001 arriva in Italia Shah-In-shah, nel quale Kapuscinski racconta il suo anno in Iran, proprio quando l'ayatollah Khomeini prende il potere scalzando lo scia Reza Pahlavi. È lì durante i combattimenti nelle strade. Ed è ancora lì quando i riflettori sono spenti a ragionare di “come un popolo decide di cambiare il potere”.
Dopo il crollo delle Torri Gemelle di New York andò controcorrente, come sempre: “Gli avvenimenti dell'11 settembre ci costringono a vedere il mondo con più serenità e equanimità. Avrebbero potuto essere persino il punto di partenza per un'analisi seria e profonda della situazione del mondo. Purtroppo, l'unica cosa che si è saputo fare è stata una risposta militare ai terroristi”.
Un cronista così mancherà a tutti.
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