…..nè il mondo preso alla lettera ci basterà,dobbiamo augurarci la fatica e la feritaper l’immaginazione dell’inedito….  Esce CONFLITTO. Identità, interessi, culture, Meltemi, Roma 2006, di Ugo Morelli
scritto alla luce di anni di ricerca, studio e applicazioni sulla mente umana e il conflitto. Accedere ad una cultura del conflitto è difficile. Richiede in primo luogo uno sviluppo  educativo delle capacità di creazione e invenzione, dell’orientamento e dell’azione di anticipazione e apprendimento del futuro. Per la prima volta la specie umana si trova di fronte al limite che essa stessa genera e al rischio di autodistruzione. Per la prima volta noi ci misuriamo con l’esigenza non solo di scoprire e di apprendere dall’esperienza, ma di immaginare e inventare il futuro. L’apprendimento per prova ed errore non è sufficiente per affrontare la complessità del presente. La complessità ci impone di trattare le relazioni, gli altri e il mondo in modo non solo e non più lineare o antagonistico ma in modo conflittuale, favorendo l’incontro delle differenze e non la loro neutralizzazione. Gestione del conflitto e immaginazione e invenzione del presente e del futuro sono strettamente connessi. Non si tratta di ritenere che si possa inventare il futuro solo perché è necessario. Non si crea per necessità. Si tratta piuttosto di predisporre le condizioni educative e culturali per lo sviluppo delle capacità di immaginazione e invenzione dell’inedito. Queste passano in buona misura per la messa a punto di una scienza e di una prassi di gestione evolutiva dei conflitti. A lungo abbiamo ritenuto, e tuttora spesso riteniamo, che apprendere per prove ed errori sia il nostro unico modo di agire e di conoscere. In base a questa visione prevalente il rapporto con gli altri e con il mondo ha assunto un carattere o lineare o antagonistico. La stessa visione scientifica classica fondata sulla meccanica razionale ha legittimato a lungo questo orientamento e gli stessi studi psicologici sul comportamento umano lo hanno fatto. L’orientamento ad osservare il mondo a distanza e a neutralizzare l’incertezza o trattarla come disturbo è stato, in fondo, un modo per negare sistematicamente il conflitto. Il conflitto della conoscenza riguarda la condizione stessa del conoscere: solo facendo parte di un mondo si può conoscerlo, ma far parte di un mondo vuol dire affrontare la difficoltà di elaborare l’opacità derivante dall’appartenenza e l’ostacolo a prendere una certa distanza da esso. Dalla elaborazione di quel conflitto la conoscenza stessa emerge unitamente alla nostra forma di vita.    Il conflitto nelle relazioni è stato a sua volta considerato come un difetto delle relazioni, ritenute come effetti prodotti dagli individui. Sono invece le relazioni a generare l’individuazione e ciò avviene nel conflitto dei riconoscimenti, ai margini caotici dei nuclei soggettivi, dove mancanza, progetto, creazione e bellezza, attrazione e invidia, creano il paesaggio complesso e ambiguo della socialità umana. L’essere linguistico, naturalmente culturale e sociale, unico ad elaborare l’alterità intraspecifica in forma di negazione organizzata, accede ad una socialità riflessiva, per così dire di secondo livello, allorquando immagina l’utopia della politica, quella cioè di soddisfare con altri e col linguaggio la propria tensione alla ricerca di senso. Per questo opera una seconda sospensione o sospensione di second’ordine: la prima è quella della socialità naturale, la seconda quella della negazione. Se la sospensione della socialità dà vita all’antagonismo distruttivo, la sospensione della negazione è la possibilità della politica.  In tal senso polis, polemos e politica hanno la stessa radice.Perché quella ricerca di senso con altri (consenso) non si esaurisca nella naturalizzazione di un ordine  o nella sua totalità, è cruciale lo spazio pubblico dell’instabilità, dell’incertezza, del conflitto, dove le menti relazionali possano esprimere e praticare l’immaginazione. Quello spazio è lo spazio del conflitto che può essere conosciuto o negato, distruttivo o generativo, a seconda di come viene elaborato.Se noi in quanto animali linguistici siamo solo noi quelli capaci di non riconoscere i propri simili, allora la negazione intraspecifica è un’interruzione del rispecchiamento naturale e della relazionalità, ed è alla base della nostra individuazione e della nostra socialità.Essa si esprime come elaborazione negante della differenza che l’altro propone e che è allo stesso tempo all’origine della possibilità di individuarsi e riconoscersi.L’aggressività propria di ogni specie animale, solo nella specie umana diviene infatti azione organizzata in forme di violenza intraspecifica.Ecco la nostra ambiguità costitutiva: possiamo utilizzare le nostre specificità per la negazione o per il riconoscimento, perché possiamo scegliere come elaborare quella ambiguità. Educare alla capacità e alla responsabilità della scelta vuol dire riconoscere in noi la comune origine di aggressività e creatività immaginativa, di bellezza e terrore. La relazione e la cultura sono il luogo di tutti i vincoli e di tutte le possibilità di costruire una civiltà fondata sulla capacità di elaborazione del conflitto, per evitare la guerra, l’esclusione, l’indifferenza e la distruzione.La capacità immaginativa umana è il fondamento stesso della politica, ma anche delle vie distruttive delle relazioni sociali. Se non fossimo capaci di trascenderci non penseremmo a inventare regole, forme e istituzioni, ma proprio perchè siamo capaci di trascenderci siamo in grado di elaborare l’aggressività in tecnica distruttiva. Possiamo orientarci con l’educazione e la cultura verso una civiltà conflittuale delle differenze, a partire dal  riconoscere che le parole sono quattro:Pace GuerraIndifferenzaConflitto-       intrapsichico-       interpersonale-       gruppale-       istituzionale-       collettivoattraversate, ognuna, dalla relazione e dalla cultura. Sui modi di vivere la relazione e di costruire cultura e istituzioni si esercita la nostra responsabilità di scelta e il fatto che prevalgano forme di vita distruttive o emancipative.L’ambiguità, la mancanza, l’invidia e il margine, approfondite nel libro CONFLITTO, sono alcuni dei caratteri peculiari emergenti nelle relazioni, dalla cui elaborazione può dipendere la loro qualità. Dopo:- Educazione alla pace e modelli di cambiamento, scritto con Carla Weber, Franco Angeli, Milano 1988, in cui venivano trattati i risultati di una ricerca sull’aggressività, la violenza e la guerra condotta con i bambini; - Violenza e bellezza. Il conflitto negli individui e nelle istituzioni, un colloquio con Luigi M. (Gino) Pagliarani, Guerini e associati, Milano 1993  - Educazione sentimentale, Guerini e associati, Milano 2002, curato con Carla Weber, in cui sono stati raccolti alcuni scritti importanti di Pagliarani sull’educazione sentimentale come possibilità della specie: - Sefarad e ritorno…….l’identità è l’erranza, Nicolodi, Rovereto 2005, una prova narrativa, comunque risuonante dei temi delle relazioni tra identità, civiltà e culture; - CONFLITTO è un libro che si propone di integrare le ricerche sull’educazione alla pace e la non violenza con le neuroscienze, la psicologia del profondo e la filosofia. Per questo presta attenzione all’accessibilità al conflitto come uno dei principali problemi della contemporaneità. Gestire evolutivamente il conflitto è già impegnativo, ma accedervi e non negarlo è la questione più rilevante da comprendere e agire. Nella maggior parte dei casi nelle società persecutorie attuali comanda la paura. È la reazione più immediata alla difficoltà di contenere una civiltà a scala planetaria. Perciò con una semplificazione si potrebbe dire: “o si confligge o si muore”, - di guerre, di negazione, di esclusione, di indifferenza; la pace stessa non è pacifica come ha sostenuto Pagliarani. Le buone ragioni degli altri, possono essere condizione di incontro e conflitto.Nella maggior parte dei casi tende a prevalere la forma della negazione e dell’indifferenza come nel dialogo col burattinaio di Eleonora de Fonseca Pimentel, ne Il resto di niente, un film di Antonietta De Lillo. La ragione emblematica del fallimento di un progetto di emancipazione possibile, in quel caso la rivoluzione napoletana del 1799, può essere l’indifferenza che impedisce di accedere al conflitto. La negazione, però, è anche origine di riflessione;  siamo capaci di empatia e exopatia e ciò porta anche al valore della differenza; anche la buona gestione della capacità negativa ci può far accedere alle differenze interne a noi ed esterne, con gli altri; la stessa assenza può essere perdita ma è all’ origine del pensiero, come la pausa dà vita al linguaggio che è ciò che distingue la nostra possibile forma di vita. Al margine possiamo perderci ma quello è anche il luogo della generatività evolutiva. Immaginazione e creazione anticipatoria si esprimono come provvisoria sospensione della semiosi, come break down che cattura un frammento di infinito. La capacità di accedere e gestire evolutivamente e generativamente il conflitto è la nostra prima e ultima possibilità. Ugo Morelli

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