orizzonti_a_colori Il progetto ha avuto lo scopo di favorire l'integrazione nel tessuto sociale italiano dei minori stranieri coinvolti in procedimenti penali attraverso l'educativa di strada, la mediazione culturale presso i servizi della Giustizia Minorile e le comunità di accoglienza, la sperimentazione della metodologia della peer education, il servizio di consulenza legale, la formazione degli operatori, lo sviluppo di una ricerca sul tema e conferenze di presentazione delle attività.

 

Nel corso del primo anno di progetto (settembre 2005-agosto 2006), sono state avviate e realizzate le attività previste dalla programmazione annuale. Dopo aver strutturato le attività e ad aver stabilito la necessaria rete di contatti istituzionali e all'interno del mondo dell'associazionismo sociale romano, è stata realizzata un'analisi approfondita del contesto di operatività del progetto.
Dall'analisi sono emersi alcuni elementi che hanno consentito di meglio comprendere i circuiti d'illegalità che vedono coinvolti i minori stranieri e, quindi, la tipologia di interventi più efficace per prevenire e contrastare la permanenza in tali circuiti. In particolare, sia gli operatori delle strutture della giustizia minorile che quelli del privato sociale ritenevano che tale fenomeno riguardasse essenzialmente minori stranieri non accompagnati di nazionalità rumena, ragion per cui il progetto "Orizzonti a Colori" era stato inizialmente calibrato per rispondere alle esigenze di questo target-group. In seguito ad un più approfondito esame della situazione, basato sulle conoscenze che l'équipe di progetto man mano acquisiva dalla propria esperienza sul campo, è invece emerso che la maggioranza di minori coinvolti in attività illegali (e che vengono erroneamente registrati come "non accompagnati") consiste in realtà in minori di etnia rom spesso accompagnati dai familiari. A differenza degli altri minori rumeni, infatti, i minori rom tendono ad emigrare quasi esclusivamente con le famiglie o in contesti familiari allargati. Questa rilevazione ha reso necessaria una parziale rimodulazione del progetto in corso d'opera.
L'équipe ha elaborato soluzioni innovative e sperimentato pratiche differenti che rispondessero in maniera più adeguata alle esigenze di questi minori, quali ad esempio alcune forme di "tutela leggera" per i minori rom, con il collocamento nel campo di residenza (volto a mantenere una continuità familiare, culturale e comunitaria), piuttosto che l'inserimento in una comunità.
Per quanto concerne più propriamente l'implementazione delle attività di progetto, è stata formata un'équipe di operatori che lavorasse in un'unità di strada. L'équipe era formata da due educatori, due peer educator rumeni, un'etnopsicologa e una consulente legale. Il gruppo si è coordinato con altre unità simili, già operanti sul territorio romano, al fine di garantire interventi efficaci. Nel corso dell'anno, l'Assessorato alle Politiche Sociali e Promozione della Salute del V Dipartimento del Comune di Roma ha inserito un proprio educatore all'interno dell'équipe, in un'ottica di sostenibilità futura del progetto.
L'équipe ha operato con uscite trisettimanali, in zone ed orari differenti della città di Roma, così da contattare il maggior numero possibile di minori. In particolare, gli interventi dell'équipe sono stati realizzati in quelle zone della città identificate come a più alto tasso di criminalità minorile: Piazza Repubblica, stazione Termini, linee degli autobus densamente frequentate da turisti (vittime privilegiate dei borseggi perpetrati da minori) e alcune stazioni della metropolitana.
Gli operatori dell'équipe hanno lavorato anche in zone dove si era rilevato il fenomeno dello sfruttamento della prostituzione minorile, adottando metodologie d'azione differenti a seconda del contesto nel quale venivano in contatto coi minori: ad esempio, per contrastare tale fenomeno, si è operato con interventi di "riduzione del danno", attraverso la distribuzione di contraccettivi e la diffusione di informazioni sulle opportunità di uscita dal circuito della prostituzione; per creare un legame coi minori sfruttati per fini criminali, sono state realizzate azioni ludico-ricreative su strada, che dessero ai minori, sul loro "posto di lavoro", la possibilità di svagarsi, consentendogli un'evasione temporanea dalle attività illegali; quando l'équipe è entrata in contatto con giovani rifugiati, sono state loro fornite informazioni sullo status giuridico e sulle possibilità di regolarizzazione; a tutti i minori non accompagnati è stato garantito l'accesso in strutture di accoglienza, attraverso accompagnamenti ai commissariati di zona effettuati dagli operatori dell'équipe.
Nel corso dell'anno, sono stati effettuati oltre 1.200 contatti con giovani stranieri/e (sia minori che neomaggiorenni. Si tenga presente che nel primo contatto su strada è difficile distinguere tra minorenni e neomaggiorenni prima che si avvii un dialogo con il ragazzo.  I minori sono risultati essere 554). Si è trattato in prevalenza di giovani provenienti dalla Romania e dall'Afghanistan. 40 minori sono stati inseriti in centri di accoglienza; vittime di sfruttamento della prostituzione, sono stati accompagnati presso servizi sanitari al fine di poter contribuire alla loro fuoriuscita dal circuito di strada.
Un gruppo formato da 2 educatori e 3 peer educator ha realizzato, all'interno del Centro di Prima Accoglienza penale, interventi di mediazione sociale, diretti a minori (soprattutto rom) in attesa di convalida dell'arresto. I giovani sono stati accompagnati presso le strutture di pronta accoglienza civili abilitate ad ospitare i minori che abbiano pendenze penali, così da facilitarne l'inserimento e ridurre il rischio di fughe. L'intervento di supporto per questi minori è proseguito all'interno delle comunità di accoglienza, con colloqui di sostegno e la presenza dei peer educator garantita da turni, che hanno costituito per i ragazzi e le ragazze un punto di riferimento su cui fare affidamento.
Dai racconti dei minori emergeva che la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze coinvolti/e in attività illegali erano giovani rom e (contrariamente a quanto si riteneva inizialmente) accompagnati da genitori e/o parenti (veri o presunti), in molti casi vittime di grave sfruttamento. In seguito a questa constatazione del contesto di operatività del progetto, si è ritenuto opportuno rimodularne alcuni aspetti, per sviluppare nuove strategie di intervento che risultassero più appropriate ed incentrate sulle reali esigenze dei ragazzi e delle ragazze. Le segnalazioni effettuate dall'équipe alle autorità investigative, in seguito ad informazioni ricevute dai ragazzi, hanno contribuito al buon esito di due indagini in insediamenti rom non autorizzati, per reati connessi alla pedofilia e allo sfruttamento di minori in attività illegali.
Infine, è stata avviata una sperimentazione concernente iniziative di mediazione sociale all'interno dei campi rom, che sono state avviate col reperimento dei familiari e proseguite con progetti personali di integrazione, anche al di fuori dal circuito assistenziale e istituzionale. Il progetto prevedeva anche attività di assistenza e consulenza etnopsicologica, rivolte a minori ed operatori all'interno dell'unità di strada, nel Centro di Prima Accoglienza penale e a supporto delle équipe delle comunità di accoglienza.
I colloqui sono stati effettuati su strada (in questo caso, l'etnopsicologa si univa all'unità di strada settimanalmente) ed erano diretti a meglio comprendere lo stato psicologico di minori (dai 12 anni in su) a rischio di sfruttamento, criminalità e prostituzione, presenti su strada, per valutare eventuali opportunità di avvio di un percorso personale in cui potesse essere inserita anche l'accoglienza; alcuni dei colloqui sono poi stati realizzati con minori segnalati dalle comunità di accoglienza.
I mediatori culturali hanno affiancato gli operatori istituzionali, con un'attività di traduzione e supporto alla comprensione, da parte dei minori, delle misure cautelari loro imposte, con azioni di decodificazione non solo linguistica, ma anche culturale e comportamentale.
Contestualmente alla realizzazione delle attività di mediazione, è stato organizzato un corso di formazione propedeutico alla peer education e al peer support, rivolto a minori stranieri provenienti sia dal circuito penale che da quello civile. Un aspetto importante della prima annualità del progetto "Orizzonti a Colori" è consistito anche nell'organizzazione di una serie di incontri di formazione per gli operatori, volti alla diffusione di informazioni sulla realtà minorile a rischio.
Nel corso del primo anno di progetto, è stata inoltre realizzata la ricerca "Opportunità e sfide per l'intervento sociale rivolto a minori migranti". Per il testo integrale della ricerca, sia in italiano che in inglese, si rimanda al sito www.savethechildren.it,  sezione "pubblicazioni", anno 2008.

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