Quale formazione per le assistenti familiari?
Intervento di C. Mazzacurati ( CIRSSI- Univ. Padova)
Intervento tratto dalla News Letter di Qualificare (vai al sito )
Chiunque abbia esperienza diretta della realtà delle assistenti
familiari sa come oggi in Italia essa sia composta almeno per una buona
metà da lavoratrici irregolari, senza permesso di soggiorno. L’ampia
diffusione dell’irregolarità è un aspetto che, oltre ad incidere sulle
condizioni di vita e di lavoro delle badanti, sulla qualità e la tenuta
dei rapporti di cura, ha ricadute immediate sul problema della
formazione. L’impossibilità attuale di estendere le azioni di
formazione a queste donne comporta infatti un duplice effetto: non solo
il numero dei potenziali utenti viene di colpo dimezzato ma, cosa ben
più grave, vengono escluse dalla formazione le persone che ne avrebbero
realmente più bisogno, le donne di recente immigrazione, che parlano
poco e male l’italiano, che poco o nulla sanno delle leggi italiane e
dei propri diritti, che a volte non sanno come prendersi cura di un
anziano malato e che soprattutto non saprebbero a chi rivolgersi nel
caso di un’emergenza.
Se la possibilità di estendere la
formazione a chi è irregolarmente presente in Italia incontra limiti
legislativi insormontabili, le vie di uscita fin qui sperimentate hanno
prodotto ben poco. Così è per la formazione organizzata all’estero, a
cui nella maggioranza dei casi hanno partecipato lavoratrici già
impiegate in Italia da irregolari, trasferite nei paesi di origine per partecipare ai corsi di formazione, con la garanzia di un reingresso, questa volta legale, in Italia.
Questo
sistema appare francamente paradossale: viene assicurata la legalità
solo al prezzo di privare le famiglie, a volte anche per diversi mesi,
del servizio di assistenza stesso. Per non parlare poi dei numerosi
corsi organizzati per sole regolari a cui hanno partecipato
di fatto solo lavoratrici irregolari, a cui è stata a volte prospettata
la possibilità di un accesso privilegiato alle quote dei decreti flussi
annuali, un incentivo di non poco conto, che a conclusione della
formazione è rimasto sistematicamente disatteso. Tutto questo mentre
nelle parrocchie fioriscono corsi, principalmente di italiano, a cui
partecipano con entusiasmo soprattutto le irregolari, mentre i corsi
ufficiali, finanziati dagli enti locali e quindi rivolti alle regolari,
stentano spesso a trovare persone disposte ad iscriversi.
In generale le resistenze
alla formazione al lavoro di cura sono note e diffuse, e sembrano
accomunare i diversi soggetti coinvolti. Tanto per le assistenti quanto
per gli assistiti, il lavoro di cura è spesso percepito come qualcosa
di naturalmente femminile, per cui la formazione è
considerata superflua, (“mi vuoi forse insegnare a fare le pulizie?”),
mentre l’eventuale frequenza di corsi potrebbe minacciare il
poco tempo libero a disposizione delle donne migranti, se organizzati
come spesso accade nei fine settimana, oppure il tempo dell’assistenza,
se tenuti nei giorni lavorativi.
Alle condizioni attuali, e non si tratta solo di una provocazione, si può affermare che i corsi di formazione, in particolare se sganciati da altre azioni di sistema, rappresentano il mezzo più semplice e contemporaneamente più economico a disposizione dei diversi enti locali, per dimostrare che si sta facendo qualcosa.
Sommando provocazione a provocazione, ci si potrebbe anche domandare a
quali bisogni, ai bisogni di chi, la formazione di base stia dando
attualmente risposta: Al bisogno di occupazione degli enti formatori?
Al bisogno del sistema del welfare di giustificare le proprie lacune?
Al bisogno dello stato di compensare almeno in parte la propria
tolleranza verso la dilagante irregolarità che attraversa questo
settore?
Una risposta a queste domande dipinge un quadro
sconfortante, di cui il meno che si possa dire è che i reali
destinatari debbano essere, in un modo o nell’altro, convinti del loro
bisogno di formazione. Ciononostante e nonostante tutti i vincoli e le
difficoltà che ci troviamo di fronte, ritengo sia doveroso provare a
riesaminare tutta la questione da un diverso punto di vista. Credo
allora legittimo tentare di utilizzare le poche risorse a disposizione,
risorse spesso spendibili in formazione, con l’obbiettivo di rispondere
almeno in parte ad alcuni dei bisogni reali, espressi o inespressi, dai
diversi soggetti coinvolti: famiglie, anziani e donne migranti.
Cioè:
una volta appurato che la formazione può essere rivolta alle sole
regolari, a persone cioè che vivono in Italia già da alcuni anni e che
ritengono di non aver bisogno di essere formate, che cosa ci rimane?
Ci rimane una lista, direi non piccola, di problemi e di bisogni:
la situazione di isolamento, la solitudine degli anziani e delle donne
migranti, le difficoltà di relazione dovute ai tanti equivoci che si
possono creare nella convivenza all’interno dello spazio domestico, la
mancanza di chiarezza nelle regole e nei ruoli che spesso portano al
veloce deterioramento del rapporto di cura, alla reciproca disillusione
e alle reciproche recriminazioni, il mancato riconoscimento del ruolo
sociale dell’impegno delle famiglie verso i propri anziani e del lavoro
delle donne migranti.
Ecco che, allora, a determinate condizioni, un semplice
corso di formazione può diventare il “grimaldello” che permette di
entrare nel regno privato della casa e delle relazioni intime, con
l’obbiettivo di sostenere, più che formare, il lavoro di
cura. Detto altrimenti: l’obbiettivo minimo, ma non per questo poco
importante, di un corso di formazione potrebbe essere quello di dare
l’occasione alle persone a uscire di casa.
Le condizioni che mi sembrano essenziali a questo fine sono, in estrema sintesi, le seguenti:
- Svolgere
la formazione una sola volta alla settimana, ma in orario lavorativo,
in modo da non privare le donne migranti del poco tempo che hanno a
disposizione per sé.
- Organizzare un servizio di assistenza
sostitutiva per non far mancare alle famiglie la copertura
assistenziale nelle ore in cui la badante è impegnata nella formazione,
o nel caso la salute dell’anziano lo permetta, organizzare azioni di
intrattenimento e animazione rivolte agli anziani assistiti nei locali
attigui a quelli in cui si svolge la formazione.
- Creare un
circuito virtuoso d relazione e conoscenza tra i diversi soggetti
coinvolti nella formazione, famiglie, anziani, badanti, docenti,
volontari, tramite l’organizzazione di momenti di incontro facoltativi
nei fine settimana. Gli appuntamenti possono comprendere: laboratori di
cucina, laboratori di narrazione autobiografica, incontri su diversi
aspetti della cultura e della storia italiana e dei paesi di
provenienza delle donne migranti.
- Individuare moduli formativi
diretti al sostegno della relazione di cura, da un lato rendendo
espliciti i diritti e i doveri dei diversi soggetti coinvolti,
dall’altro innalzando la capacità di comprendere e gestire i conflitti
relazionali.
L’efficacia di queste azioni verrà presto sperimentata all’interno di un progetto pilota organizzato dal Comune di Padova,
con la collaborazione dell’Università di Padova (CIRSSI, Centro
Interdipartimentale di Ricerca e Servizi per gli Studi Interculturali),
dell’Azienda USSL 16, il coordinamento provinciale dei CTP (Centri
Territoriali Permanenti per la formazione linguistica), e con il
co-finanziamento della Provincia di Padova e della Regione Veneto.
Dopo
aver fatto un po’ di pubblicità alla nostra iniziativa, do appuntamento
ai lettori di Qualificare ad un futuro intervento, nel quale spero di
poter esporre le prime valutazioni sull’andamento del progetto.
Quale formazione per le assistenti familiari?
