Ricevo e pubblico volentieri le riflessioni di Andre D'Amore, con considerazioni personali su alcune contraddizioni nel lavoro educativo a scuola.
lavoro da qualche anno come Educatore, anzi svolgo Assistenza Educativa Specialistica. La mia utenza è composta da adolescenti, studenti di Istituti Superiori.
Probabilmente la tanto decantata e naturalmente condivisibile visione sistemica delle cose a volte è deprecabile. Ironicamente certo. Deprecabile perché permette di leggere i sistemi e le relazioni tra essi da diversi livelli di osservazione. Non migliori o peggiori, non do giudizi, ma da un punto di vista esterno, che sia dislocato. E come può non sottoporsi a questa visione il sistema in cui lavoriamo, ovvero il campo educativo a scuola e in domicialare? Come può esso sfuggire agli occhi attenti ed ipercritici di chi ha un certo tipo di formazione ed in quel sistema si trova ad operare? Ecco perché dicevo che in questo caso invece di aiutarti, la tua visione sistemica e batesoniana dei sistemi stessi ti fa prendere solo consapevolezza dei limiti e delle contraddizioni interne. La complessità e le contraddizioni sono più visibili insomma.
Al netto delle implicazioni personali che sono appunto personali ed insindacabili, esistono chiare contraddizioni nel fare l’Educatore oggi a scuola.
Sfruttamento e mancanza di riconoscimento credo siano parole che sfiorano la mente di tutti noi.
L’essere dentro la scuola e fuori dalla scuola allo stesso tempo potrebbe essere spiazzante, non ti lega ad alcun contesto e ti destruttura, sicuramente ti da anche dei vantaggi a livello di autonomia, ma sono vantaggi pagati davvero a caro prezzo, o meglio non “retribuiti”.
È non posso non immaginare che probabilmente sono contraddizioni evidenti anche a chi in questo settore ci lavora con ruoli più di coordinamento, ma si limita a dire “questo è “.
La professione dell’Educatore rappresenta oggi una classe di lavoratori decisamente svantaggiata, manodopera altamente professionalizzata a basso prezzo, merce umana sulla quale si giocano e si riversano i cortocircuiti di un sistema di gestione che diventa puramente economico. Il sistema degli appalti e dell’affidamento ai privati ha deregolato tutto in maniera dirompente: adesso la creatura ha preso forma ed ha una testa autonoma.
Non è accettabile la destrutturazione così evidente di un lavoro talmente delicato da diventare indispensabile. L’Educatore oggi nel sociale di alcune realtà metropolitane vive una nebulosa di emozioni e di istanze, che finiscono per sovraccaricare un lavoro già di per sé coinvolgente e delicato. Ed è ancora possibile sentire che “se il ragazzo non viene le ore non sono pagate” o “quante ore restano fuori e non riesco a fare”, mettendo il nostro Educatore al centro di un doppio legame che solo chi non vuole vedere non vede. Egli per formazione ha un elevato senso di responsabilità, di rispetto, per gli utenti per le istituzioni entro cui opera e a volte anche per il datore di lavoro, forse non lo ha per sé se ed accetta certe condizioni ma il mondo non sempre è bianco o nero, banale, ma è così. Ti ci ritrovi, e lo fai al meglio, probabilmente a fine mese con frustrazione e rabbia osservando la busta paga ai limiti delle decenza. Non è colpa di nessuno, è il sistema, ma non può un sistema avanzato avallare certi gap esistenziali.
Perché vuoi o non vuoi nelle relazione metti sempre tutto di te, non è un dare a metà o a velocità ridotta, passa sempre tutto di ciò che sei e della tua formazione, insomma. Non decido di dare 50, dai sempre 100 anche se ti impegni nel non farlo. Nel momento attuale poi tutto si amplifica, peggiora, si rende liquido, se già il nostro lavoro non lo fosse. Orari modificati, orari ridotti, alunni in presenza, alunni in dad, scuole che cambiano orari ogni settimana, limitazioni e regole nuove: l’organizzazione per un Educatore in questo stato di cose diventa come simile ad un naufrago che pensa di governare il mare su una zattera nell’oceano: magari ci prova, ci riesce anche a tratti , ma se si guarda dall’alto capisce che non va da nessuna parte.
E ancora subire l’affronto di contratti di collaborazione che dicono tutto e niente, part time, scandali a cielo aperto che si fa finta di non vedere. Fanno comodo e chi ne ha bisogno li accetta. Ritengo, dopo qualche anno di osservazione nei contesti descritti, che il malcontento maggiore sia alla fine dei conti quello economico, nonostante passi e rinforzi il nostro lavoro la stima dei colleghi, dei coordinatori, degli insegnanti e ancora di più dei ragazzi e dei genitori, gli aspetti dei diritti, dei contratti, dei mesi off, delle assenze, dei periodi di scuola chiusa, pesano come macigni e ti fanno vedere le altre categorie con le quali opere insieme e che a volte su di te fanno grande affidamento, come delle categorie privilegiate.
L’Educatore a volte non ha orari, benché faccia parte del suo lavoro mettere confini ben delineati, egli si trova a volte a corrispondere, interagire, rispondere alle richieste dell’utente, soprattutto quando questo utente non è un bambino elementare ma un adolescente con richieste e necessità che a volte non puoi ignorare, per deontologia ed anche per umanità. Per dignità e per senso del dovere inoltre.
Ecco perché il discorso delle ore, delle tariffe, delle assenze, diventa ridicolo, ancora frustrante, e denota una mercificazione di un lavoro che non può essere sminuito e ridotto a mero cottimo. Non sempre almeno, e non solo. Aggiungiamo ciò che cooperative ed associazioni poi mettono dentro per dare una parvenza quasi giustificatoria ed autoindulgente verso Comuni e Servizi Sociali: tutoring, supervisioni, riunioni. Tutto necessario tecnicamente, ma in un contesto in cui una persona prenda uno stipendio normale, non uno da fame.
Le ore da fare in posti e luoghi diversi inoltre, sono una grande immensa criticità. Fisici per sacrificare un pomeriggio a fronte di due e di lavoro, ore che nessuno di pagherà ma tempo che hai dedicato a loro.
La riflessione è che fare questo lavoro è quanti più possa esserci di svalutante e masochistico in campo sociale educativo e non solo.
Lo si accetta per necessità, a volte uno ci si ritrova dentro e magari per indolenza ci resta.
Naturalmente questa breve ed imprecisa elencazione di situazioni sarà riconoscibilissima. Esistono tanti altri aspetti ugualmente importanti e deprecabili da approfondire.
Credi che tutto ciò possa entrare in risonanza con le esperienze di molti.
Ogni punto potrebbe essere materia di discussione dibattito, ma più che presa di coscienza penso che di concreto si possa fare poco.
Andrea D’Amore
