Tanti anni ho vissuto nell'agire e colpire senza domandarmi perché, senza il minimo timore della galera, della pena, eppure innumerevoli sono state le privazioni, le limitazioni e l'isolamento. Anni in cui la vita era ridotta a un misero epitaffio da non ricordare.
Ciò significa che inaridire e desertificare non induce a una resa imposta, non pone un freno e un susseguente blocco alla violenza, anzi, a mio avviso genera automaticamente altra degenerazione più sottile e pericolosa della precedente. (Vincenzo Andraous)
Questo lavoro si colloca nella tradizione sociologica delineata dalla ricerca qualitativa di autori come Dal Lago e Quadrelli (2003) ed ha come obiettivo e cardine direzionale la descrizione della società e delle sue caratteristiche fondanti per come si manifestano nel settore specifico dell'esecuzione penale.
In particolare l'indagine sociale effettuata in questo lavoro riferisce ed interpreta, avvalendosi dello strumento dell'intervista, narrazioni ed esperienze di persone che per parte della propria vita sono state private della libertà personale, individui che avendo vissuto a vario titolo la detenzione hanno sviluppato un'esperienza significativamente rilevante per l'analisi sociologica, esperienza il cui resoconto fornisce un punto di vista interno alle logiche istituzionali che regolano la vita nel circuito penitenziario.
L'analisi condotta in questo lavoro punta a intuire ed interpretare la reazione individuale ad un ambiente totale e totalizzante.
Le reazioni che l'individuo sviluppa di fronte ad una situazione sociale così particolare e le modalità discorsive adottate nel collocare tale esperienza all'interno di un quadro narrativo coerente di esperienze vissute, sono interessanti perché aiutano a chiarire da un lato le dinamiche proprie del comportamento individuale in situazioni percepite e descritte come di acuta difficoltà, dall'altro aspetti della pratica penitenziaria che difficilmente potrebbero essere focalizzati con un approccio meno interno alle dinamiche istituzionali. La percezione di queste pratiche da parte del soggetto ex detenuto costituisce l'oggetto di analisi di questa indagine.
Il testo integrale dell'intervista e la totalità del materiale raccolto è inserito all'interno del sito internet della Casa di reclusione di Padova: www.ristretti.it
1 - Perdita della libertà, relazioni affettive e produzione sociale di stigma.
Uno degli aspetti principali che caratterizzano la vita di un detenuto rispetto ad un normale cittadino è la totale forzata scissione dall'ambiente di provenienza e dalla comunità affettiva nella quale era incluso, la perdita della libertà significa la rinuncia involontaria ad una serie di possibilità che vengono azzerate automaticamente dal momento dell'ingresso in un istituto di detenzione.
Il detenuto è isolato dal mondo all'interno dell'istituzione, in questo luogo deve attenersi ad un regolamento che prescrive formalmente e informalmente ciò che è concesso e ciò che è vietato.
Per fornire un'idea di quanto questa perdita sia sentita come drammatica dalla popolazione detenuta, vorrei sottolineare che su venti persone alle quali è stato domandato dopo la detenzione quale fosse la cosa che a loro avviso ritenessero più importante in senso assoluto, quattordici in base alla loro esperienza hanno risposto la libertà e la famiglia, intesa come nucleo affettivo di base: la libertà si declina come valore supremo, base di ogni diritto e la famiglia e le relazioni affettive primarie alle quali da luogo, diventano il punto salvo per il quale vale la pena rischiare una condanna o tenere duro in carcere in prospettiva della futura liberazione.
Porto a confronto la testimonianza di Angela, 44 anni, detenuta nella Casa circondariale di Genova Pontedecimo per 2 anni e 5 mesi e nella Casa circondariale di Pavia per 6 mesi, Angela ha scontato un totale di 1060 giorni di detenzione: " La famiglia, tutto quello che ho fatto se sbagliato o non sbagliato l' ho fatto per aiutare la mia famiglia", la situazione che ha portato Angela a commettere il reato per il quale è stata reclusa è scaturita all'interno delle dinamiche familiari, A. non mette che superficialmente in discussione l'erroneità o legittimità del reato commesso, questione che assume un peso del tutto secondario in relazione all'importanza della propria famiglia come unico indice di riferimento e propulsore fondamentale delle sue azioni. A. aggiunge di seguito che durante la detenzione era importante per lei:
"poter aver contatto con i miei familiari e poter avere un lavoro remunerato per poter contribuire alle spese di casa", dunque la famiglia rimane il nucleo principale di appoggio e preoccupazione, con i soldi guadagnati lavorando in carcere A. supplisce alla sua mancanza e alla situazione di indigenza nella quale ha lasciato la propria famiglia.
L'individuo sottratto involontariamente alla normalità dei rapporti sociali, viene inserito in un contesto onnicomprensivo e produttivo di significati morali totalizzanti, la perdita della libertà si somma alla sensazione più o meno esplicita che il proprio comportamento sia considerato moralmente inaccettabile...
